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Case study & events

Il social-suicidio di Tiziana Cantone in realtà è omicidio.

La mia “non idea” sul suicidio di Tiziana Cantone

Cosa ne penso del caso di Tiziana Cantone e del suo suicidio? Non riesco a pensarne che nulla o quasi. Mille idee, mille pensieri accompagnati dalla solita orda social-mediatica che si espande nell’etere: migliaia di donne e di uomini di tutte le “specie” e di tutte le sensibilità che si affacciano dai balconi sociali con frasi e parole dai colori variopinti più vari possibili.

“ Se l’è cercata! ”, “ Doveva finire così. ”, “ Era una poco di buono! ” “ Muori, puttana! ”. Ed altri, invece, a difenderla apertamente a spada tratta quando magari s’erano divertiti a prenderla in giro per il suo primo video su Whatsapp ( io lo feci con i miei amici ).

Insomma, un’orda di cornuti e di false perbeniste che, non avendo altro da fare durante le giornate, passano il tempo davanti ad una tastiera di un pc o di uno smartphone, cercando di sentirsi utili ed importanti in questo mondo.

Questa è la “non idea” che mi bruca nella testa quando penso a queste cordate virtuali di scalmanati/e dal cervello affannato che scrivono senza né pensare, né argomentare le loro opinioni. Quando Umberto Eco disse che la rete aveva dato voce ad idioti senza freni e ad ignoranti bigotti ( aggiungo io ) venne accusato di insultare il popolo del web: puntualizzava, invece, solo quello che realmente succede spessissimo sui social media: parole, parole, parole. Ed insulti …

 

Il tormentone dell’anima di Tiziana Cantone

Chissà quanti di noi hanno ripetuto con i propri amici su Facebook, al pub o in discoteca la frasetta “sorridente”: “Stai facendo un video? Bravoh!”. Chissà quanti si sono sbellicati dal ridere o l’hanno ripetuta come un mantra spirituale per mesi. Il tutto aggravato dalla folla creativa di YouTube, degli acchiappa views, che caricarono video-parodie, canzoni e vlog su quella protagonista hot del momento.

I tormentoni, si sa, hanno una fine dopo le estati. Ma sulla rete, invece, si espandono come un lento cancro che a poco a poco, nel lungo periodo, colpisce tutti ed infetta viralmente proprio tutti. Parliamo di milioni di persone che solleticano la fantasia e si divertono, tutt’ora, ad imitare lo slogan che la “sciagurata” Tiziana Cantone aveva inventato.

Quanto di sbagliato in questo? Quanto di giusto? L’ingiustizia non sta nel momento, quando con gli amici ti fai due risate alle sue spalle e stop. Quindi tutto rimane in un cerchio chiuso.

L’ingiustizia sta quando ci provi piacere, quando ti piace condividere cattiverie apertamente al pubblico, quando ti diverte il bullismo virtuale, quando sei frustrato/a come un bovino chiuso in un recinto 3 metri per due, davanti ad uno schermo. Quando il messaggio arriva alla grande “community di massa” e si nutre degli umori, in questo caso negativi, degli utenti.

Il tormentone così diventa un’arma di distruzione di massa sui social. Dove passa lascia il segno. Una bomba atomica. L’umiliazione deriva dal fatto che, non un paese o una città ti pigliano per il culo, ma un’intera nazione ed oltre. Questo, lascia l’amaro in bocca. E’ disumano.

A me personalmente fa capire e sentire quanto soli siamo al mondo. Quanto paura teniamo nel cuore. Quanta indifferenza e quanta paura di apparire per quello che si è veramente c’è. E quanta umiliazione sulle spalle di una persona che doveva, invece, essere “dimenticata” da tempo.

Ognuno fa quel che cazzo crede, su questa Terra. L’importante è che non si applichi violenza in quello che si fa. Ed io, in quei video, non ho visto violenza ma solo sesso ripreso, come mille altri video caricati ogni giorno su internet.

 

La morte-simbolo di Tiziana Cantone

Ho nella testa un’immagine, però: una donna, in una stanza buia con un foulard al collo. Appesa. Morta.

Un simbolo. Tiziana Cantone è il simbolo mediatico dell’indifferenza, adesso.

Ho due teorie fantasiose sulla sua morte, inventate da me quindi non provate, che vorrei condividere:

1. La morte della Cantone non è suicidio ma omicidio, in ogni caso.
2. Chi teneva un movente? Un parente umiliato? un bigotto svalvolato? TUTTI.

L’ultima affermazione è la più probabile: infatti, tutti noi oramai facciamo parte di questo grande organismo che è la rete. Fatto di buone e di cattive cose. Fatto di bene e di male, come l’essere umano d’altronde.

E tutti noi, con ogni piccolissima azione che compiamo cliccando, possiamo uccidere ogni individuo che puntiamo, perché siamo tanti e stronzi. Un po’ come il discorso della caccia alle streghe. Rischiamo, infatti, di creare sensi comuni complessi che portino la rete, spesso, a diventare un modernissimo Medioevo dove la gente imbraccia i forconi e le tastiere e vomita milioni di segni e segnali che possono disintegrare le identità.

Tiziana Cantone è morta per questo. Perché la violenza di milioni di azioni negative sconvolge e dà solitudine.

 

Il web ha ucciso Tiziana Cantone

La rete attiva anche il gossip: tutti a parlare e riparlare, a condividere, ad amplificare la morte e a dare giudizi affrettati. C’è chi ci ha già lucrato, chi ha già pensato di guadagnare qualche monetina insanguinata, anche ad alti livelli mediatici. C’è chi ne parla come se stessimo a parlare di un oggetto inanimato. Di un quadro: in fondo, Tiziana Cantone è diventata un’icona, ha perso la concretezza di persona in carne ed ossa, sulla rete. E’ diventata immagine di se stessa. Ma stiamo, comunque, parlando di una donna.

E poi ne ho le balle piene di sentir dire, da coloro che si credono “luminari” interattivi, che il web ci sta distruggendo, che è colpa del web. Che io sappia gli strumenti non hanno vita. Ancora oggi, non hanno sviluppato alcuna coscienza. Sono le coscienze umane che rovinano il web. Il caso è chiuso. Amen …

 

Conclusioni

Tiziana Cantone è comunque complice della sua stessa morte perché, probabilmente, il suicidio, oltre che per l’umiliazione, è scattato nella sua testa per colpa dei debiti e delle spese legali da sostenere per difendere la sua immagine o magari perché, in realtà, è stata abbandonata totalmente da coloro che c’erano dietro ai suoi video.

Un successo mai arrivato per una donna che magari voleva sfondare nel mondo del porno ed invece non ce l’ha fatta: io credo che quei video erano il frutto mai nato di un progetto marketing andato a male; erano frutto delle idee di un team di lavoro che magari voleva promuovere la ragazza tramite le dinamiche web and social. Tecniche di marketing abbandonate all’oblio.

Ciò non toglie che la debolezza e l’umiliazione abbiano portato Tiziana a non sfruttare la pubblicità mediatica, derivata dal suo caso, per cercare strade alternative.

Non è colpa di nessuno ed è colpa di TUTTI.

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